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Ortoteatro presenta

LA CONTA  

 

di Luigi Bernardi
con Fabio Scaramucci
musiche dal vivo composte ed eseguite da Fabio Mazza
canzoni interpretate da Michela Grena e Valentina Silvestrini
luci e fonica Paolo Pezzutti

foto di scena di Daniele Gennari

Regia di Fabio Scaramucci

 

Destinatari: pubblico adulto.

Luogo: Teatro, Aula Magna, Biblioteca oscurabile  (o spazi similari) disponibile 2 ore prima della rappresentazione.

Tempo di smontaggio 1 ora.



IL TESTO
Da cinque anni, uno scrittore tiene il conto dei delitti commessi in Italia. Li analizza, li racconta, li scopre molto vicini a momenti della propria vita, e loro gli aprono la memoria a ricordi che pensava di avere dimenticato.
I delitti sono ormai parte integrante della sua quotidianità. Non ne potrebbe farne a meno, eppure lo hanno stancato: «Cosa vogliono da me tutti questi delinquenti senza progetto, tutti questi cervelli bacati dall’ingordigia, tutte queste anime troppo facili da dannare?», dice alla fine di un’analisi spietata sugli assassini di cui è costretto a interessarsi.
Cosa vogliono lo scopre poco alla volta, ragionando sui moventi, sugli impulsi, chiedendosi se davvero lui ne sarebbe esente solo in virtù della propria razionalità. Così, a un certo punto, decide di azzerare il conto. E il primo omicidio della nuova serie sarà diverso da tutti gli altri.
“Come lo scrittore protagonista del monologo, anch’io ho tenuto il conto dei delitti commessi in Italia, dal 1999 alla fine del 2003: esattamente cinque anni. Li ho scovati nelle pagine dei giornali, ho letto le storie, le ho studiate, raccontate a modo mio. In cinque anni ho pubblicato altrettanti libri che offrivano una complessa e inedita radiografia dell’Italia criminale. Quando sono giunto alla fine del quinto libro, che forse non a caso ho intitolato Il male stanco, non ne potevo proprio più. Ho capito che non ce l’avrei fatta ad andare avanti: l’analisi era compiuta, proseguire sarebbe stato soltanto il sintomo di una patologia grave. Così ho smesso.
La conta è una riflessione al alta voce, il commiato beffardo ai miei cinque anni trascorsi in compagnia di migliaia di assassini. Qualcuno dice che più di un commiato sembra uno scongiuro, forse tardivo. Spero abbia torto.” Luigi Bernardi.
 

 

RECENSIONI

 

RECENSIONE DELLO SPETTACOLO

 

Per un attore venire scelto da un drammaturgo per dare corpo e voce a un proprio testo è qualcosa di speciale. Così è successo al pordenonese Fabio Scaramucci, voluto fortemente dallo scrittore bolognese Luigi Bernardi come interprete nel proprio monologo La conta presentato a Pordenone nell'ambito del Festival del Teatro Indipendente, dopo la prima nazionale al festival di Sarzana e, infatti, questo testo così asciutto e tagliente gli calza a pennello. Scaramucci, che ha anche curato la regia, ottimamente supportato dalle musiche di Fabio Mazza, lo indossa con disinvoltura e sobria eleganza, conducendo il pubblico nei meandri della psiche umana, del dolore, della follia e anche un po' nei meandri del destino. L'attore esalta lo stile cinico del testo con toni dapprima beffardi e ironici, facendoci poi pian piano scivolare verso l'inquietante finale. Il protagonista de La conta è un uomo appassionato di cronaca nera e da cinque anni registra e studia nei minimi dettagli tutti i delitti che le cronache dei giornali gli offrono in pasto ogni giorno con dovizia di particolari. La curiosità nei confronti dei meccanismi che spingono un uomo a uccidere si intreccia con squarci della propria vita (con una divertente citazione di canzoni dell'epoca), dapprima apparentemente insignificanti e spesso anche buffi, poi sempre più preponderanti fino a prendere il sopravvento. La svolta viene sottolineata dallo sdoppiamento del viso proiettato con un bell'effetto nella volta dell'abside della chiesa di San Francesco: ha delle visioni, è ossessionato dai volti. E dietro ogni volto, c'è una storia da immaginare, di cui nutrirsi. La sua curiosità sempre più morbosa lo porterà a cadere nel vortice dei delitti, diventando egli stesso freddo e inafferrabile assassino
Clelia Delponte, Il Gazzettino, 27 settembre 2008
 

RECENSIONE DEL TESTO

 

:: Recensione di La conta di Luigi Bernardi a cura di Giulia Guida
"E l'ossessione per la morte in una provetta numerata." [Rileggendo "La conta", L. Bernardi.]
C'è un uomo al centro esatto del palcoscenico. In mano stringe la copia di un giornale. Mani annodate, faccia tirata dalla rabbia, denti nervosi, gambe che scattano frenetiche. Dice che ne hanno ammazzata un'altra. Un'altra donna, l'ennesima. Sul giornale c'è scritto tutto, con tanto di interviste e testimoni: un perfetto profilo identificativo usa e getta della vittima, un'autopsia della sua vita anonima dalla culla alla bara, un'asettica biografia post mortem, un referto medico cosparso da tutte le lacrime del parentado e dall'incredulità dei vicini di casa, finalmente in televisione. Finalmente loro i vicini di casa sul luogo del delitto. Il giorno prima era una donna trasparente, una sconosciuta per i più. Basta un giorno, un solo giorno, basta solo la morte alle volte, per poter diventare una stella mediatica, portata alla fama dal proprio assassino. Peccato che spesso la vittima non sia qui per godersi il successo. Non sempre quando si muore si hanno privilegi del genere, d'altra parte. Bisogna essere capaci di accontentarsi per quanto si può. L'uomo lo sa bene, nessuno lo sa meglio di lui, che da cinque anni tiene la conta. Ogni giorno, ogni delitto, ogni morte ben sigillata in una provetta numerata. Sangue e acido cinico che battono contro la lingua. L'uomo vuole sapere, soffre di una curiosità sfrenata che sconfina nell'ossessione, nella morbosità della patologia, nell'allucinazione visiva. Vuole conoscere a memoria le vittime e i loro assassini, marchiare la sua pelle con le loro impronte digitali, codici da decriptare nel tempo fino alla soluzione finale, allo scioglimento dell'enigma, al crittogramma di svolta, quello che permetterà di tradurre la morte violenta anche ai vivi, di darle un movente, di catalogarla finalmente, trovarle un posto in una scatola impolverata per poi chiudere il caso. E ricominciare a contare. La conta non si azzera mai da cinque anni. L'uomo tiene a mente tutte le informazioni necessarie su ogni omicidio, studia le storie delle vittime come dati statistici, scavando fino a trovare il punto di contatto che gli possa far capire il momento in cui è avvenuto lo scarto. In cui si è valicato il limite e si è compiuto quel passaggio irreversibile da una realtà regolata da convenzioni sociali prestabilite a una dimensione diversa, priva di punti di riferimento, di norme e di codici a cui attenersi, di un'etica da rispettare. E' la dimensione in cui l'omicidio diventa reale mentre la realtà esterna si sfalda a poco a poco, diventa invisibile, inconsistente al tatto, resta solo il gesto in primo piano.
La mano che dà la morte, la lama nella carne, l'ultimo sguardo della vittima. Il suo non è lavoro, non è un reportage, non è materiale da documentario noir. L'uomo è ossessionato da un pensiero fisso, a cui deve trovare risposta o non avrà pace. Perchè si uccide? Questo è l'interrogativo ricorrente. Quali e quanti possono essere i moventi di un omicidio? Si può uccidere per soldi, per amore, per gelosia. Si può uccidere per vendetta o perché si è perso il senno. E si iniziano a sentire le voci, ad assecondare gesù cristo o il demonio. Potrebbero anche dare delle informazioni sbagliate, è chiaro. E' una questione di fede, sia in un caso che nell'altro. Lui non sente le voci, ma vede le facce, le scompone contro le palpebre da ogni prospettiva. Le facce no, quelle non gli danno tregua. Sono un punto fermo nella sua visuale. All'inizio l'uomo dimostra una rabbia sprezzante nei confronti degli assassini. Non è ancora arrivato allo scarto, è ancora lontano dal confine. Non riesce a comprendere la chiave di volta. Dove trovare la forza, la passione, l'odio sufficienti. Quanto si deve avere amato o odiato per lasciarsi andare senza incertezze né rimorsi. Poi, improvvisamente, dopo cinque anni, capisce. Il suo punto di svolta, il suo crittogramma decifrato, il suo movente: per conoscere tutto delle persone che mi interessano, mi basta ammazzarle. Nelle battute finali de "La conta" l'uomo diventa egli stesso un assassino. Le sue vittime abitano in luoghi diversi, fanno lavori diversi, non sono collegate in alcun modo le une alle altre. Vuole scongiurare l'ipotesi di una serialità d'omicidi. Non sa di niente loro, conosce soltanto la loro faccia. Solo le facce a chiamarlo a loro. Sempre le facce, non smettono mai di fissarlo. Il resto glielo sveleranno i giornali nei giorni successivi, così che possa accumulare nuove informazioni e iniziare la conta. Questa volta solo sua.
"La conta" è un lavoro teatrale di Luigi Bernardi ispirato da un effettivo studio sui delitti in Italia, portato avanti dall'autore per cinque anni dal 1999 al 2003. Si configura come la chiusura ideale di una serie di cinque di libri in cui la realtà criminale in Italia viene scomposta, analizzata e riordinata alla ricerca dei meccanismi psicologici e delle dinamiche sociali alla base dell'azione criminale. Il quinto libro, "Il male stanco", come il titolo stesso suggerisce, chiude questo ciclo di indagini, completa il cerchio, ultima l'analisi. Sarebbe stato inutile e anche dannoso proseguire.
"La conta", che presenta struttura monologica, è già stato rappresentato in teatro dall'attore Fabio Scaramucci, richiesto in prima persona da Bernardi come interprete della sua riflessione a voce alta, come lui stesso l'ha definita. E' stato presentato in prima nazionale al festival di Sarzana, in seguito replicato a Pordenone in occasione del Festival del Teatro Indipendente. Scaramucci non è stato solo interprete, ma anche regista del monologo, che ha visto l'importante contributo delle musiche composte ed eseguite da Fabio Mazza.
L'autore vi invita a portarlo in teatro nelle vostre città.
Se rifiutate, minaccia di riniziare la conta. E di esperienza ne ha parecchia, lui. Non so quanto vi convenga.


BIOGRAFIE E CURRICULUM

LUIGI BERNARDI
Sono nato a Ozzano dell'Emilia, l’11 gennaio 1953. Dal paese me ne sono andato quando avevo nove anni, mi sono trasferito a Bologna, dove ancora vivo.
I fumetti
Ho cominciato a lavoricchiare nel 1978, e subito mi sono occupato di fumetti. Per Tuttifrutti, una cooperativa culturale di Ravenna, ho realizzato un paio di opuscoli didattici: uno sulla storia dei comics, l'altro sulle produzioni emiliano-romagnole. Subito dopo, mi è stata affidata la cura del supplemento fumetti di La città futura, il settimanale della Federazione Giovanile Comunista Italiana, allora diretto da Ferdinando Adornato. Nello stesso anno, ho anche creato la mia prima casa editrice, si chiamava L'Isola Trovata e andò avanti per qualche tempo a sfornare album a fumetti per il mercato delle librerie. Pubblicavamo Breccia, Munoz e Sampayo, Mattotti, Laura Scarpa, Cinzia Ghigliano, Berardi, Calegari e Milazzo, Pichard, Tardi, Lauzier, Altan, Cavezzali, Panebarco, e altri ancora. Nel 1982, L'Isola Trovata mandò in edicola una rivista che molti rimpiangono ancora, Orient Express. C'erano belle rubriche, i fumetti di Magnus, Giardino, Micheluzzi, Ferrandino, Saudelli, Cossu, Rotundo, Baldazzini, Brandoli e Queirolo, Cadelo e parecchi altri. Fra soci che entravano e uscivano, nel 1984 la casa editrice finì inglobata nel gruppo di Sergio Bonelli. Io me ne andai l’anno successivo, quando uscì l’ultimo numero della rivista.
Nel 1985, con le francesi éditions Glénat e l’italo-argentina agenzia Quipos, facemmo nascere la Glénat Italia, con la quale rilanciammo un grande personaggio del fumetto italiano, il Lupo Alberto di Silver, costruimmo una rivista intorno alla Pimpa di Altan, e ci togliemmo lo sfizio di pubblicare altri libri e albi, fra cui molti fumetti storici e un paio di deliziose opere di Copi. Me ne andai anche da lì, meno di due anni dopo. La seconda parte di esistenza de L’Isola Trovata e la Glénat Italia mi forzavano a risiedere gran parte del tempo a Milano, e io invece avevo voglia di restarmene a Bologna.
Dal 1987 al 1989 ho tradotto molti fumetti francesi, ho scritto articoli per le testate del gruppo Vogue, ho collaborato alla rivista Dolce Vita, ho curato alcune mostre per il Salone dei comics di Lucca e per Trevisocomics, e ho partecipato alla realizzazione della Biennale Giovani Artisti del Mediterraneo, a Bologna nel 1988. In quel periodo ho anche scritto e pubblicato il mio primo libro, Destinazione utopia (Eleuthera, 1988). Era un saggio su “l’evasione impossibile di tre personaggi a fumetti”, io mi ero occupato di Corto Maltese, Graziano Frediani di Mister No e Luca Boschi di Ken Parker. Per quel libro scrissi anche l’introduzione, Verso un paese lontano, un testo che ancora mi emoziona.
Nel 1989, con Luca Boschi (che lasciò dopo pochi mesi) e Roberto Ghiddi creai Granata Press. Per il primo anno facemmo solo service editoriale, poi arrivarono le prime pubblicazioni, i manga, le riviste Nova Express e Nero, i fumetti americani, quelli italiani, i romanzi, i saggi, infine i video dei cartoni animati giapponesi. Nel 1996 Granata Press finì, e per me tutto cambiò.
Il noir
L'elenco degli scrittori pubblicati da Granata Press all'inizio degli anni novanta fa impressione: Cesare Battisti, Pino Cacucci, Ivan Della Mea, Paolo Di Orazio, Giuseppe Ferrandino, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Stefano Massaron, Giancarlo Narciso, Davide Pinardi, Alda Teodorani, Nicoletta Vallorani; e le traduzioni: Didier Daeninckx, Paco Ignacio Taibo I, Paco Ignacio Taibo II, Léo Malet, Jean-Patrick Manchette, Patrick Raynal, Andreu Martin… tutti autori le cui opere sono oggi nei cataloghi di grandi editori.
Dopo la fine di Granata Press, ho continuato a lavorare con il noir e i suoi scrittori. Dal 1998 al 2000 ho progettato e diretto due collane (Euronoir per Hobby & Work e Vox per DeriveApprodi) destinate a rivelare scrittori come Maurice G. Dantec, Pascal Dessaint, Thierry Jonquet, Vittorio Bongiorno, Piergiorgio Di Cara, Franco Limardi, Michele Monina, Riccardo Pedrini (poi diventato Wu Ming 5), Giampaolo Simi. Dalla fucina DeriveApprodi sono usciti anche autori di assoluto rilievo e non di genere: Marco Berisso, Emidio Clementi, Paolo Nori, Cinzia Zungolo, fra gli altri.
Nel 2000, ho iniziato a curare per l'editore Fazi la traduzione delle opere di Léo Malet, che prosegue tuttora al ritmo di due, tre libri all'anno. Sempre nel 2000, infine, sono stato chiamato a elaborare il progetto della Noir per Einaudi Stile Libero, serie che ho fondato e diretto fino ai primi mesi del 2005.
Nel 2005 e 2006 sono stato consulente di Dario Flaccovio editore, dove ho pubblicato compagni di strada come Giancarlo Narciso, Giampaolo Simi, Nicoletta Vallorani e Cinzia Zungolo, i "nuovi" Valter Binaghi, Serena Brugnolo, Giacomo Cacciatore, Nicola Verde e Cristina Zagaria, nonché ripescato un paio di gioielli dimenticati di Loriano Macchiavelli.
Dall'inizio del 2007 le mie consulenze editoriali sono riservate al Gruppo Perdisa editore, per il quale ho ridisegnato la configurazione editoriale e creato il marchio Perdisa Pop. Come sempre mi succede, ogni lavoro editoriale diventa l'occasione per ritrovare vecchi amici e incontrarne di nuovi.
La scrittura
Dal mese successivo alla fine di Granata Press, ho cominciato a scrivere i miei primi racconti, poi i saggi, i romanzi… Scrivo ancora, parecchio, e con buona soddisfazione, spesso ottima. Scrivo per onorare le storie che mi vengono in mente, quelle che mi pare di poter raccontare soltanto io.
Mi sono interessato parecchio, prima che diventasse una moda, di cronaca nera, di crimini, di gesti estremi. Per Il Nuovo.it ho scritto Pallottole vaganti, oltre duecentocinquanta racconti di una decina di righe ciascuno, tutte storie di nera scarnificate fino ad arrivare all’essenza del gesto omicida.
Recentemente ho scoperto le emozioni in presa diretta del teatro, e mi è anche tornato l'interesse per i fumetti, tanto da sceneggiarne qualcuno.
Il resto
Divido il mio tempo professionale fra la scrittura (narrativa, teatrale e fumettistica) e le consulenze editoriali. Fino a un po' di tempo fa organizzavo corsi e laboratori di scrittura e di tecniche editoriali: ho smesso perché il numero di allievi ed ex allievi era diventato imbarazzante. Ho collaborato per cinque anni con il quotidiano Il domani di Bologna, scrivendo della mia città, arrabbiandomici spesso, come un amante ripudiato. Sono presidente della giuria di Lama e Trama, il concorso letterario organizzato dal comune di Maniago, che nel novembre 2006 mi ha gratificato della cittadinanza onoraria. A proposito di onorificenze, sono presidente onorario de La compagnia del Tratto, ensemble palermitano di nuove drammaturgie.

FABIO SCARAMUCCI
Poliedrico attore dalle più disparate esperienze, nella sua attività ama sperimentarsi nei vari settori della comunicazione ed espressione teatrale: teatro di figura, d’attore, regia, cinema… Si forma alla scuola di teatro Ortoteatro diretta da Carlo Pontesilli. Segue i seminari organizzati dalla stessa con Carlo Boso sulla Commedia dell’Arte, con Lidia Biondi e Nicola De Feo sul mimo.
Tra il 1981e il 1984 è animatore e burattinaio negli spettacoli di burattini prodotti dalla Compagnia Ortoteatro che vengono rappresentati in tutta Italia.
Nel febbraio 1984 viene allestito lo spettacolo “Finale di partita” di Samuel Beckett, in cui interpreta la parte di Clov, per la regia di Carlo Pontesilli, che sarà replicato fino al 1987 anno in cui al Festival di Ostiglia è vincitore del premio “Malia del teatro”.
La Compagnia continua la produzione di spettacoli di teatro per ragazzi dove il mescolarsi di generi, tecniche e linguaggi è una cifra stilistica che la contraddistingue, ne sono esempi “Lo zoo del mago”, “Pinocchio dove vai?” e “Il bosco della strega”, vincitore quest’ultimo del premio Antifavola 1987 a Roma. E’ determinante in questi spettacoli l’apporto artistico di Scaramucci attore e animatore.
Tra l’ottobre 1989 e l’agosto 1990 viene costruito e replicato lo spettacolo “Aspettando Godot” di S. Beckett con la regia di Carlo Pontesilli, scene e costumi di Sergio D’Osmo, vincitore nuovamente del premio “Malia del teatro” al Festival di Ostiglia. Scaramucci interpreta la parte di Vladimiro.
Abbastanza frequenti le incursioni nel cinema, per registi quali Edith Bruck e Veronica Perugini, in cui gli vengono affidate parti di personaggi al di fuori degli schemi convenzionali. Con Guglielmo Zanette è attore e aiuto regista per il cortometraggio “Imprevisti” vincitore del premio per la fotografia al Garda Film Festival nel 1991 e interpreta la parte di Ripli (con lui i Papu).
Nel maggio 1993, al Piccolo Teatro di Milano, e successivamente nel settembre 1993 al Teatro Olimpico di Vicenza, segue due laboratori sulla Commedia dell’Arte diretti da Ferruccio Soleri con gruppi di attori provenienti da tutto il mondo. Questa importante e prestigiosa esperienza sarà di stimolo per la produzione di due spettacoli “Il teatro comico” e “La donna volubile” di C. Goldoni, dove nel primo interpreta l’Arlecchino, nel secondo interpreta ben sei dei dodici personaggi previsti dall’autore.
Nel 1996 con Remo Anzovino, musicista di fama nazionale, mette in scena il monologo di Majakovskji “La nuvola in pantaloni”.
E’ autore e regista, nonché burattinaio e attore, di tutte le ultime produzioni di teatro ragazzi dell’Ortoteatro.

Fabio Mazza
Fin da piccolo manifesta una spiccata attitudine artistica, che sfocia nello studio della musica e del teatro.
In campo musicale si specializza nell'uso dei sintetizzatori, collaborando con alcuni gruppi musicali pordenonesi (Masnadafolk, Jimbow).
Parallelamente si prepara nel campo teatrale, partecipando ad un corso sul teatro futurista tenuto da Gianna Danielis, e seguendo i corsi di recitazione tenuti da Fabio Scaramucci al Liceo Leopardi di Pordenone.
Prosegue la sua formazione specializzandosi oltre che nella recitazione classica, anche nel teatro di strada (acrobatica, trampoli e sputafuoco), clownerie, teatro per ragazzi e spettacoli con burattini e pupazzi.
Lavora nelle scuole con laboratori di drammatizzazione teatrale ed interventi di lettura animata.
Debutta al Festival Internazionale di Porto Sant'Elpidio con lo spettacolo "Jacopo e i pirati mammalucchi", nella parte di Jacopo.
È autore della colonna sonora degli spettacoli dell’Ortoteatro “Jacopo e i pirati mammalucchi”, “Federico e il drago”, Schiaccianoci e il re dei topi”, “Don Milani lettere”, “Se questo è un uomo”.
 

 

Rappresentato a:

15-07-08 a Sarzana (Sp) Festival Sconfinando; 25-09-08 a Pordenone Festival Teatro Indipendente; 30-09-08 a Monticello Brianza (Lc) Festival La Passione per il Delitto; 28-10-08 a Maniago (Pn); 14-11-08 a Pordenone; 06-02-09 a Pordenone; 27 e 28-02-09 a Savona;